LA RIPRODUZIONE DEL COLORE PER LA STAMPA

Ogni immagine a colori, per essere riprodotta in stampa deve prima essere scandita (cioè acquisita, digitalizzata, tradotta in bit e memorizzata). Il processo di scansione produce un' immagine codificata secondo il modello RGB. Tuttavia per stampare (usare cioè inchiostri) siamo obbligati ad utilizzare la codifica CMYK.
Il processo di conversione da un modello (RGB) ad un altro (CMYK) è tutt' altro che semplice ed indolore. Esistono molti modi per convertire un' immagine da RGB in CMYK. Le varie opzioni a disposizione sono possibili perché la componente scura di un colore può essere prodotta miscelando gli inchiostri cyan, magenta e giallo oppure usando l' inchiostrio nero puro, oppure una combinazione dei quattro. Tuttavia il nero prodotto miscelando i tre inchiostri CMY sembra opaco e torbido, non nitido e puro come l' inchiostro nero. Inoltre miscelando i tre componenti CMY per creare colori scuri si può incorrere in un accumulo indesiderato di inchiostro in fase di stampa. Per evitare questi problemi, nel tradizionale processo di SELEZIONE del colore viene eliminata una parte dei tre inchiostri (CMY) e sostituita con una appropriata quantità di inchiostro nero. La tecnica di selezione usata più di frequente è quella identificata dalla sigla GCR (Gray Component Replacement - Sostituzione dei Componenti del Grigio). Praticamente la tecnica GCR sostituisce un grigio neutro costituito solamente da CMY con un grigio neutro visivamente equivalente dove le percentuali di CMY sono ridotte in favore di una percentuale aggiuntiva di inchiostro nero (K).
Tutti i programmi professionali di manipolazione delle immagini automatizzano parzialmente il processo di selezione GCR. Gli algoritmi di conversione incorporati nei vari programmi sono solitamente diversi tra loro, il che significa che la conversione da RGB a CMYK dello stesso file usando software diversi può portare a risultati notevolmente diversi.
Sul sito http://marcoolivotto.com/photoshop-impostazioni-colore/ cisono alcune indicazioni sul settaggio delle impostazioni colore in Photoshop; le riportiamo qui di seguito come traccia base da sperimentare. Altri riferimenti più generici si possono trovare sul sito di Adobe (https://helpx.adobe.com/it/photoshop/using/color-settings.html).

Photoshop prevede delle abbreviazioni da tastiera standard per le funzioni considerate più importanti; tra queste abbiamo shift-cmd-K che richiamia le Impostazioni colore, ci si presenta questa impostazione predefinita:
Impostazioni-colore
Impostazioni colore

Si potrebbe parlarne a lungo, ma i problemi sono essenzialmente tre: due stanno nell’area superiore (Spazi di lavoro), uno nell’area inferiore (Criteri di gestione colore).
Il primo problema: lo spazio di lavoro RGB è definito dal profilo colore del monitor impostato a livello di sistema. Vedremo tra breve perché questo è deleterio. Il secondo problema: lo spazio di lavoro CMYK è definito da un profilo colore che descrive le condizioni di stampa standard per la stampa offset in rotativa negli USA – non esattamente simili a ciò che in media ci aspettiamo di trovare in Europa. Il terzo problema, più grave di tutti: la gestione del colore è disattivata per qualsiasi tipo di immagine – RGB, CMYK e Scala di grigio. In aggiunta, Photoshop ci avverte soltanto nel caso che il profilo colore incorporato nel file che stiamo aprendo non coincida con quello definito come spazio di lavoro standard. Se il profilo è assente, non dice nulla e assegna all’immagine quello del monitor. Se tentiamo un copia-e-incolla tra documenti con profili diversi, non dice nulla e procede ignorando il fatto che gli stessi numeri assumono significati diversi in profili colore diversi.
Lavorare in questo modo equivale a imbarcarsi sul Titanic per una piacevole crociera. Con un problema aggiuntivo: nel momento in cui volessimo aprire un qualsiasi file con un profilo incorporato diverso da quello definito come standard (quello del monitor), compare questa finestra:
Profilo-non-corrispondente
Impostazioni profilo colore

Notiamo come il primo radio button, denominato “Usa il profilo incorporato” sia timidamente evidenziato, mentre è il terzo a essere selezionato di default (“Elimina profilo incorporato”). Se ci mettiamo nei panni di chi non sa come funziona la gestione del colore, le tre opzioni risultano oscure. C’è un fatto psicologico: noi tendiamo a rifiutare ciò che non conosciamo, perché ci fa paura. Se non abbiamo bene idea di cosa significhi “profilo incorporato” o “spazio di lavoro” e quali siano le conseguenze del mantenere o convertire il profilo, ci sono elevate possibilità che decidiamo di liberarci dell’incomodo: anche perché ci fidiamo di un’impostazione che Adobe ha deciso di mettere come predefinita, e riconosciamo istintivamente ad Adobe una certa autorità. Quindi, nella grande maggioranza dei casi, il risultato è che in questa finestra clicchiamo su OK senza modificare nulla. Semplicemente perché le altre due opzioni ci fanno più paura di questa, se non sappiamo cosa stiamo facendo.
Il risultato è il peggiore possibile: il profilo presente viene ignorato e all’immagine viene assegnato il profilo predefinito, ovvero quello del monitor. Ci sono diversi motivi per cui questa è una pessima idea, ma i tre principali sono i seguenti:
    Quel profilo non ha alcun significato al di fuori del nostro sistema. Soprattutto, non avrà presto un grande significato neppure nel nostro sistema perché sarà obsoleto a breve – anche per noi.
    Quel profilo non è in alcun modo uno standard come sRGB, Adobe RGB e ProPhoto RGB: mandare in giro un file che incorpori il profilo del nostro monitor è privo di senso, perché quei numeri non hanno un significato importante per nessun altro operatore al mondo; i numeri di un vero spazio di lavoro standard, invece, sì: funzionano come una lingua universale che non lascia spazio a dubbi se viene correttamente interpretata.
    La cosa più importante: in moltissimi casi i profili colore che caratterizzano un dispositivo non sono bilanciati nel grigio (gray-balanced). Ovvero, la regola secondo cui R = G = B produce un colore neutro non è rispettata. Una situazione di questo tipo è potenzialmente molto dannosa, perché influenza il comportamento di alcuni strumenti essenziali per stabilire la neutralità: ad esempio il cursore di impostazione del punto grigio nello strumento di regolazione Curve.
Esiste una scuola, fortunatamente minoritaria, che sostiene che impostare il profilo colore del monitor come spazio di lavoro sia una procedura non solo corretta ma la migliore possibile. L’idea si basa su un assunto che sembra funzionare sulla carta, ma che si schianta contro la realtà: fare in modo che tutti i numeri presenti in un documento abbiano un significato reale e diretto sul monitor. Sarebbe una buona idea, se non fosse che quel significato è transitorio, traballante e non-standard. Il fatto che la regola di neutralità non valga per molti dei profili dipendenti da dispositivo è la botta in testa finale a questa teoria. Nell’immagine a fianco, la versione A è stata desaturata (Regolazione Togli saturazione) partendo da un originale codificato in sRGB, la versione B da un originale codificato in un profilo monitor che caratterizza un dispositivo non particolarmente arzillo (un vecchio monitor CRT in mio possesso). La versione A è perfettamente neutra; la versione B è in media palesemente gialla, e anche se non si nota a causa della luminosità le aree più scure sono fortemente bluastre. Nel canale b di Lab, l’oscillazione avviene tra i valori -7 e +4. Non uno scherzo, eh?
Pertanto, la conclusione: il predefinito proposto da Photoshop come standard non dovrebbe neppure stare lì. Il rischio, elevatissimo, di assegnare al file un profilo del monitor va evitato a ogni costo.
Rimane aperto il problema: quali sono le impostazioni giuste in Photoshop? A questo non c’è una risposta univoca, e forse la cosa migliore è rileggere la seconda parte dell’articolo sui profili colore citato sopra: in particolare le sezioni denominate “Quali sono le corrette impostazioni colore in Photoshop?” e “Quale profilo RGB conviene utilizzare?”. In forma sintetica, comunque:

    Per RGB: sRGB, Adobe RGB o ProPhoto RGB a seconda delle vostre inclinazioni.
    Per CMYK: Coated FOGRA39.
    Per Grigio e Tinta piatta: non sono così importanti a meno che non dobbiate lavorare seriamente in ambiti che specificamente richiedono il loro utilizzo.
    Criteri di gestione colore: Mantieni i profili incorporati, in tutti e tre i casi.
    Profili non corrispondenti / non incorporati: spuntare tutte le caselle.
Ci sono eccezioni possibili a queste norme, ma in generale queste prescrizioni sono le più diffuse. La mia scelta personale è di utilizzare uno tra i predefiniti disponibili che riassume esattamente queste prescrizioni – Prestampa Europa 3
Impostazioni colore prestampa

COLOR MANAGEMENT SYSTEM


Estratto dal sito www.shot.it a cura di Alessandro Giudice
Lungi da me l' idea di iniziare la trattazione di questo argomento facendo della retorica ma, le tre parole inglesi "COLOR", "MANAGEMENT" e "SYSTEM", che d' ora in poi chiamerò con la sigla CMS, dividono realmente gli addetti ai lavori in due grandi categorie: gli "entusiasti" e gli "scettici"; rimane una piccola parte di persone che non prendono una netta posizione, spero almeno fino al termine di quanto scriverò; visto che tutto quanto troverete nelle righe sottostanti non è frutto di qualche ora di "giochi" con il computer ma di almeno due anni e mezzo di studio e lavoro nel campo della fotografia e della stampa digitale.
COS' E'
I Color Management Systems sono sostanzialmente dei pacchetti software formati da uno o più applicativi modulari che consentono, mediante appositi strumenti ai quali dedicherò un discorso a parte, di "misurare" prima, tutte le periferiche (scanner, monitor e stampanti) coinvolte nel flusso di lavoro di (acquisizione, elaborazione e stampa) delle immagini digitali, per far sì poi, che il colore sia costantemente sotto controllo e per evitare quindi "spiacevoli sorprese" durante uno dei suddetti passaggi. I lettori più assidui di questo mensile ricoderanno che nel numero di Marzo 1998 trattai dell' argomento Apple ColorSync; e ricorderanno anche che indicai in Apple e Linotype le due multinazionali pioniere dei CMS. E' doveroso dire che mentre Linotype ha prodotto e continua a sviluppare un software professionale che, anche se non proprio facile da capire e usare, si distingue per le sue qualità (soprattutto se applicato agli scanner); Apple ha percorso la strada inversa, infatti parte del feedback negativo, unitamente alla scarsa preparazione degli addetti ai lavori sul tema color management è stato provocato, a mio avviso, proprio dalla "faciloneria" con la quale l' azienda di Cupertino ha proposto ColorSync e le decine di profili standard che, in quanto tali, non possono che dare risultati inaffidabili con qualsiasi motore di conversione.
E' indubbio che esistono due condizioni indispensabili perchè un CMS funzioni veramente:
1 - tutte le periferiche devono essere profilate mediante strumenti di misurazione del colore ed è quindi assolutamente sbagliato utilizzare i profili standard, anche se rilasciati dalla casa costruttrice della periferica stessa
2 - ogni CMS non è a prova di incapace ed è quindi necessaria una preparazione, anche se minima, da parte dell' utente
 

GLI SCANNER

In un normale flusso di lavoro, l' utente, dovrà come già detto, per prima cosa misurare le periferiche cominciando dallo scanner. Esiste sostanzialmente soltanto un metodo, anche se, come vedremo, il "purista" lo contesta in determinate situazioni; quello di scansire un' immagine di riferimento per il software di CMS al quale verranno riferite le letture strumentali fatte subito dopo la sua produzione, tale immagine è ormai universalmente conosciuta come "Target IT8", mentre le misure di riferimento sono generalmente contenute in un file di testo associato ad un numero e ad una data di produzione.
Target IT8
target it8

In tutti i software di CMS l' operazione è semplicissima, l' unico accorgimento da seguire è quello di scansire il Target mantenendo i settaggi di acquisizione del software dello scanner in modo che risulti scansito il puro segnale proveniente dai sensori. Ovviamente esistono un numero considerevole di Target IT8 riprodotti sui più diversi materiali fotografici sia cartacei che trasparenti per consentire la "misurazione" dello scanner relativamente ai diversi supporti che deve acquisire. E quando lo scanner ha a che fare con un originale non stampato su materiali (carte o emulsioni) fotografici? Beh innanzi tutto al "purista" inizia a storcersi il naso ma niente paura, alcuni software di CMS consentono la produzione di Target IT8 su qualsiasi supporto anche se personalmente credo non valga la pena di avventurarsi in una lavoro che per molti motivi non può produrre risultati affidabili. Per dare il "la" ai detrattori dei CMS voglio chiarire che tale procedura è applicabile anche ai grossi scanner a tamburo ma normalmente nelle realtà dove vengono installati non v' è altra esigenza di produrre quadricromie per la stampa offset che i software di intelligenza artificiale degli scanner stessi generano in maniera esemplare. Altro indispensabile chiarimento riguarda il fatto che, per essere "misurato" e conseguentemente profilato, uno scanner deve emettere la medesima qualità e quantità di luce ad ogni scansione; motivo per il quale un dorso applicabile ad una fotocamera o ad un banco ottico risulta essere non profilabile tranne in alcuni casi in cui viene utilizzato per riproduzioni o in particolari e rarissimi set.

I MONITOR


Il monitor è, senza ombra di dubbio, la periferica "più delicata" o meglio quella che mette più in crisi ogni buon CMS. Tranne in alcuni casi il primo problema di ogni buon monitor é far sì che i fosfori vengano correttamente bilanciati per riprodurre un grigio il più neutro possibile. Il sistema più vecchio quanto empirico è il famoso "Gamma Knoll" fornito con Adobe Photoshop che cerca di "neutralizzare" i fosfori basandosi sulle capacità di discriminazione dell' occhio dell' utilizzatore; sistemi analoghi sono compresi in alcuni CMS e persino nel nuovo Color Sync 2.5 di Apple, per non parlare del nuovo controllo gamma di Adobe Photoshop 5; entrambi infatti dopo aver fatto visivamente neutralizzare i fosfori, fatto sciegliere all' utente i valori di gamma e temperatura colore, sono in grado di generare automaticamente il profilo ICC del monitor stesso.


A tutt' oggi il metodo migliore per la "linearizzazione" di un monitor sta nei software che consentono di dialogare direttamente con l' hardware del computer a seguito di misure fatte da strumenti a ventosa che si applicano direttamente sul vetro del monitor. A ulteriore conferma stà il fatto che le soluzioni professionali esistenti sul mercato sono costituite da un monitor tecnologicamente perfetto e stabile dotato di un circuito interno di autocalibrazione, di un software di gestione e di una sonda colorimetrica. Ma tutto ciò non è sufficiente, dopo il corretto "settaggio" dei fosfori e degli altri valori per generare il profilo è necessario misurare nuovamente il monitor, fermo restando che in software di editing dell' immagine come Adobe Photoshop è necessario anche impostare "ad hoc" le preferenze colore in modo da visualizzare correttamente la simulazione della quadricromia. E' ormai dato di fatto che attraverso opportuni strumenti, la tecnologia attuale è già in grado di dare, con precisioni approssimate intorno al 90-95%, la fantomatica "prova colore virtuale".
    

Creazione del profilo ICC finale

LE STAMPANTI
Per non sfociare in un universo infinito, ma comunque non sconosciuto, prenderò in considerazione soltanto stampanti postscript quadricromiche. Apparentemente la "profilatura" di una stampante, di qualsiasi natura essa sia, è molto facile ed immediata, è generalmente sufficiente stampare (ovviamente con la stampante in questione) un target contenente dalle 100 alle 500 tacche di colore note al software di CMS e "leggerle" mediante un colorimetro o meglio uno spettrofotometro; in realtà, come per i monitor, è necessario preventivamente linearizzare la stampante stessa utilizzando il software proprietario o meglio ancora il RIP postscript, e questo perchè è tecnicamente assodato che per poter funzionare al meglio un buon CMS deve necessariamente misurare delle periferiche ben ottimizzate.
Altra difficoltà, o meglio, altro punto critico nella fase di profilatura di una stampante quaricromica è la corretta impostazione dei valori di selezione o meglio della quantità totale di inchiostro e della percentuale di generazione del nero, relativamente alla tipologia ed alle caratteristiche della stampante stessa. Nemmeno da dire forse ma meglio chiarire che il variare del tipo di supporto cartaceo e del tipo di inchiostro o toner, causano notevoli alterazioni colorimetriche che vanno a influire enormemente nella generazione del profilo.
E' ovviamente possibile "misurare" e quindi profilare stampanti analogiche come i cromalin o le macchine da stampa offset che generano la quadricromia a seguito della produzione di pellicole e quindi di lastre, lascio quindi al lettore la facoltà di immaginarsi come sia possibile, grazie ad un CMS, anche attraverso un flusso di lavoro analogico, mediante una prova cromalin, simulare un' uscita di stampa ad esempio su carta pergamenata di colore paglierino.
 

I SOFTWARES

Per evitare fraintendimenti "tecnici" non farò nomi o marche di software di CMS ma la promessa è che questa rivista dedicherà, nei prossimi mesi, un discreto spazio ad ognuno di quelli che, le aziende produttrici o importatrici, mi hanno messo (o metteranno) a diposizione per le "prove sul campo". Esistono sul mercato diverse soluzioni software ma il loro numero non oltrepassa la decina; alcuni integrati in un unico, o al massimo due, applicativi, altri in tanti moduli, ognuno dei quali ha una specifica funzione in modo che l' utente possa acquisire soltanto il necessario per il proprio flusso di lavoro. Nella sostanza questi software hanno in comune soltanto una cosa e cioè lo standard ICC per la scrittura del profilo, mentre i metodi di calibrazione e lettura strumentale sono, anche se non sostanzialmente, abbastanza diversi. Alcuni software possiedono un formato proprietario per la scrittura del profilo che deve perciò essere gestito dal "motore" del software stesso; altri invece pur possedendo algoritmi dedicati generano e gestiscono profili in formato ICC. La nuova release di Apple ColorSync (la 2.5) e il nuovissimo Adobe Photoshop 5.0 danno all'utente la possibilità di scegliere quale motore di conversione usare, per gestire i profili ICC, tra quelli disponibili nel computer sul quale sono installati. E' assolutamente necessario chiarire che tra i software ai quali faccio riferimento, ne esistono soltanto un paio (ma posso sbagliarmi) disponibili per piattaforma PC Windows, mentre tutti quanti sono stati sviluppati, e quindi disponibili, per Apple Macintosh; questo perchè l' utenza D.T.P. e imaging, da sempre, per motivi che non è il caso di citare, utilizza Workstation Apple; tra l' altro soltanto negli ultimi tempi le aziende produttrici di strumenti e software hanno allargato la sfera della compatibilità al mondo Windows che si mormora dovrà gestire in futuro ed in maniera piu trasparente lo standard ICC sotto il nome di ICM (d'altra parte non c'era già abbastanza confusione!!!).
Per descrivere genericamente un software di CMS stilerò di seguito un "elenco" di operazioni e funzioni comuni più o meno a tutti i pacchetti presenti sul mercato.
- misurazione e quindi profilatura di scanner monitor e stampanti;
- editing (a diversi livelli) dei profili stessi;
- check (controllo) dei profili e delle misurazioni;
- conversione (matching) di un immagine da uno spazio colore ad un altro mediante l' uso dei profili.
Alcuni pacchetti possiedono anche veri e propri software per l' editing dell' immagine stessa, altri danno la possibilità di vedere su di un monitor calibrato, l' anteprima dell'immagine, altri ancora consentono la gestione del colore direttamente attraverso il linguaggio postscript, consentendo l' esportazione dei profili ICC in formato CRD (color rendering dictionaire da scaricare nella coda dei RIP postscript compatibili).
Tirando delle vere e proprie somme posso affermare che esiste un software di CMS per ogni tasca e soprattutto per ogni esigenza, anche se devo ammettere che, a due anni dal duemila, soprattutto l' utente di prestampa si aspetta dei software meno complessi e che non sconvolgano troppo le abitudini comuni.

GLI STRUMENTI

Elemento indispensabile di qualsiasi CMS sono gli strumenti con cui si "misurano" e quindi profilano le periferiche; non mi stancherò mai di far osservare quanta importanza ricopre il fatto che ogni periferica sia caratterizzata da profili ottenuti da misurazioni fatte direttamente sul prodotto della stessa (immagine a monitor o stampato). E' probabilmente inutile precisarlo ma le apparecchiature di misurazione e controllo colore sono nate molto tempo prima dei CMS e venivano e vengono usate tuttora per il controllo qualità sulle pellicole prodotte dalle fotounità, sulle lastre e sul foglio di stampa da una cerchia limitata di aziende di grossa caratura o comunque "quality oriented"; oggi l' evoluzione tecnologica ha, oltre che raffinato tali apparecchiature, ampliato l' utenza, riducendo in maniera considerevole i prezzi. Gli strumenti usati in un CMS sono praticamente due: colorimetri e spettrofotometri, tre se vogliamo includere in essi i densitometri, ormai indispensabili per la corretta linearizzazione delle fotounità e delle stampanti Postscript; anche se molti modelli di spettrofotometri interfacciati al computer sono in grado di restituire letture di densità e di percentuale di punto, attraverso il software di gestione. Senza addentrarci troppo in particolari che di fatto costituiscono parte di una vera e propria branchia della scienza ottica chiamata colorimetria, dirò soltanto che sia un colorimetro che uno spettrofotometro hanno le credenziali necessarie per misurare correttamente l' emissione dei fosfori di un monitor, mentre per la carta stampata, che riflette la cuce in maniera diversa a seconda del tipo di supporto utilizzato, la mia opinione è che lo spettrofotometro sia l' unico strumento in grado di produrre misurazioni valide per essere gestite da un CMS. Qualità importanti in uno strumento per CMS sono, oltre alla precisione, anche la velocità e gli eventuali automatismi. I software da me conosciuti sono compatibili con quasi tutti gli strumenti di misurazione disponibili sul mercato, sia entry level che professionali, anche se si stà sempre più riducendo il gap tecnologico tra le due fasce di produzione; in più ho monitorato personalmente che le software-house in questione hanno premura di aggiornare i loro software a seguito dell' uscita sul mercato di un nuovo strumento; insomma, anche in questo caso ce n'è per tutte le tasche e per tutte le esigenze.

A CHI SERVE

Chiunque si occupi di fotografia digitale, grafica, stampa, prestampa e dtp, per parlare con termini moderni, chiunque lavori nel mondo del digital imaging è un possibile anzi probabile utente di un color management system. Il fotografo che acquisisce con dorsi digitali, anche se, come già detto, non può profilare l' apparecchio di acquisizione (sempre che esso non sia uno scanner flatbed o a tamburo), trova in un CMS l' ideale soluzione per gestire il monitor nella maniera più affidabile, visto l' importanza che assume la valutazione visiva nella cultura fotografica, per non parlare di come un buon software di CMS può diventare indispensabile per generare le quadricromie dai file tricromici prodotti dal dorso ed elaborati al computer. Per un fotografo digitale professionista un CMS è a mio avviso assolutamente indispensabile. Chi lavora nella grafica usa da tempo il computer come strumento di lavoro ma generalmente non ha mai avuto esigenze particolari di controllo colore, tutta la "responsabilità cromatica" veniva scaricata alla fotolito o ai service di prestampa; ultimamente stanno cambiando molte figure professionali e aziendali e anche gli studi di grafica e illustrazione iniziano ad avere esigenze di controllo colore. Dipende molto dal livello e dal tipo di lavoro svolto ma se posso dare tre ipotetici livelli alla professione grafica, il primo non necessita di particolari sistemi di controllo, al secondo è consigliabile un CMS entry level mentre le esigenze del terzo livello sono paragonabili a quelle del fotografo. Non è mia intenzione mandare messaggi subliminali o fare terrorismo editoriale ma chi stampa mediante tecnologia digitale ed è sprovvisto di un CMS professionale può perdere tempo e denaro, per non parlare della qualità che può togliere al prodotto che fornisce ai suoi clienti. I CMS sono nati proprio sull' esigenza degli utilizzatori dei workflow digitali; infatti, tra le nuove figure aziendali precedentemente citate troviamo, ad esempio, i service di stampa digitale (soprattutto per il grande formato), che generalmente forniscono appunto un servizio completo dove dall' originale analogico del cliente si arriva ad ottenere dalla brochure, al poster e dal cartellone pubblicitario alla scenografia. Spesso, anzi quasi sempre, in queste realtà i tempi di consegna dei lavori sono strettissimi e l' unico modo per velocizzarli senza che la qualità (o il lavoro stesso) vengano meno è dotarsi di un buon CMS. Discorso a parte va sicuramente fatto per le fotolito tradizionali o le tipografie dove i CMS rimangono assolutamente consigliati, ma dove il loro utilizzo deve essere visto nell' ottica di un cambiamento di alcune metodologie di lavoro. Se in queste aziende le apparecchiature digitali stanno pian piano prendendo piede e se la mentalità degli utilizzatori è sufficientemente aperta, l' impiego ad hoc di un CMS può dare risultati notevoli soprattutto nell' ambito della rispondenza colore tra le varie periferiche di stampa, per non parlare della sopracitata prova colore "virtuale" che si può ottenere con un monitor ben calibrato e profiliato, unitamente a idonei settaggi di simulazione quadricromica nei software applicativi e visori con luce a temperatura colore controllata. Primi fra tutti, tra gli "utenti" di un CMS, mi piacerebbe mettere però (se volete polemicamente) proprio chi, o chi dovrebbe vendere questi sistemi, e che in molti casi non tiene conto che nell' era digitale sono cambiate e stanno cambiando molte cose.

IL FUTURO

Compito arduo trattare l' argomento "futuro" nella mutevole era digitale ma affidandomi alla parte più lungimirante e ottimista della mia persona, in perenne conflitto con quella più scettica e pragmatica, credo che ogni realtà professionale, artigianale o industriale che sia, ha già, ed in particolr modo avrà sempre più bisogno di gestire il flusso di lavoro basato sulla qualità e rispondenza del colore senza perdite di tempo e quindi di denaro, restano soltanto tre cose da aspettare per chiudere quindi il cerchio e la bocca ai detrattori:
- che le softwarehouse producano CMS più maturi e nello stesso tempo più versatili per far sì di poterli inserire nel modo più naturale possibile nel workflow di qualsiasi utenza;
- che cresca il numero di aziende in grado di fornirli facendoli anche funzionare produttivamente (i consulenti costano!!!)
- che l' utenza stessa si sensibilizzi maggiormente, magari stimolata dagli addetti ai lavori e, perchè no, anche da uno "sforzo" editoriale come questo.